"Diario di un dolore" di Lewis

Ho appena finito di leggere un libro decisamente breve (appena 30 pagine), di un autore che conoscevo esclusivamente (di nome) solo per la saga delle Cronache di Narnia, sto parlando di C.S. Lewis. Il libro in questione è il suo Diario di un dolore: questo breve scritto è una raccolta di note, sfoghi, pensieri che derivano dal forte dolore che ha provato dopo la morte di sua moglie. Però questo libro va ben oltre l'analisi della perdita della persona, ma analizza proprio il dolore in generale e tratta anche della figura di Dio.
Oltre a consigliare a tutti questa lettura, ho deciso di trascrivere le frasi che a mio dire sono più belle, perché credo sia uno di quei libri che "parla" da solo, non saprei come definirlo altrimenti, anche perché non stiamo parlando di un'opera di finzione, ma di un reale dolore vissuto da un uomo.


Capitolo I:
"Nessuno mi aveva mai detto che il dolore assomiglia tanto alla paura. Non che io abbia paura: la somiglianza è fisica. Gli stessi sobbalzi dello stomaco, la stessa irrequietezza, gli sbadigli. Inghiotto in continuazione.
Altre volte è come un’ubriacatura leggera, o come quando si batte la testa e ci si sente rintronati. Tra me e il mondo c’è una sorta di coltre invisibile. Fatico a capire il senso di quello che mi dicono gli altri. O forse, fatico a trovare la voglia di capire. È così poco interessante. Però voglio avere gente intorno. Ho il terrore dei momenti in cui la casa è vuota. Ma vorrei che parlassero fra loro e non a me".
"Queste sono cose che tutti superano. Ma sì, me la caverò. Ci si vergogna di ascoltare questa voce, ma per un po’ gli argomenti sembrano persuasivi. Poi, d’un tratto, la stilettata rovente di un ricordo, e tutto quel “buonsenso” svanisce, come una formica nella bocca di una fornace".

"Ogni infelicità è in parte, per così dire, l’ombra o il riflesso di se stessa: non è soltanto il proprio soffrire, ma è anche il dover pensare continuamente al proprio soffrire".
Capitolo II:
"Più che un pensiero, è stato un urlo".
"E il dolore assomiglia sempre alla paura. Forse, più esattamente, alla tensione. O all’attesa: andare su e giù in attesa che succeda qualcosa. Dà alla vita una sensazione di perenne provvisorietà. A che scopo cominciare qualcosa? Non ne vale la pena. Mi è impossibile star fermo. Sbadiglio, cincischio, fumo troppo. Prima avevo sempre troppo poco tempo. Adesso non c’è altro che tempo. Tempo quasi allo stato puro, vuota sequenzialità.
Una carne sola. O, se si preferisce, una nave. Il motore di dritta è andato. Io, il motore di sinistra, devo tirare avanti in qualche modo fino al porto. O meglio, fino alla fine del viaggio. Come posso essere sicuro che esista un porto? È molto più probabile una costa sottovento, una notte nera, una burrasca assordante, frangenti di prua – e se da terra brillano luci, saranno certo lanterne agitate da chi mi vuole fare naufragare sugli scogli".

Capitolo III:
"Questa è una delle cose che mi fanno paura. Lo strazio, i momenti di follia notturna, passeranno un po’ alla volta, com’è nell’ordine della natura. Ma che verrà dopo? Solo questa apatia, questa mortale piattezza? Arriverà il momento in cui non mi chiederò più che cosa ha trasformato il mondo in un vicolo grigio perché troverò normale il suo squallore? Il dolore si acqueta dunque in una noia soffusa di una vaga nausea?"
"Quanto alle cose a cui credo ora, perché i miei pensieri di una settimana fa dovrebbero essere più attendibili di quelli, migliori, di adesso? Mi pare di essere, in generale, più sano di mente adesso che non allora. Perché le disperate elucubrazioni di un uomo intontito (ho detto che era come aver battuto la testa) dovrebbero essere più credibili?
Perché non contenevano pietose illusioni? Perché l’essere tanto orribili le rendeva molto più probabilmente vere? Ma è possibile sognare di veder realizzate le proprie paure, oltre che i propri desideri. E poi, erano davvero così ripugnanti? No. In un certo senso mi piacevano".

"Questo il fatto. E credo di potergli dare un senso. È impossibile vedere bene quando gli occhi sono offuscati dalle lacrime. È impossibile, il più delle volte, ottenere ciò che si vuole se lo si vuole troppo intensamente; o almeno, è impossibile trarne il meglio. «Facciamo una bella chiacchierata» è una frase che garantisce il silenzio generale. «Questa notte devo assolutamente dormire» è il preludio a ore di veglia. Le bevande più buone sono sprecate quando la sete è furibonda. Che sia quindi l’intensità stessa del rimpianto a far scendere la cortina di ferro, a darci l’impressione di fissare il vuoto quando pensiamo ai nostri morti? Chi chiede (o perlomeno, chi chiede con troppa insistenza) non ottiene. Forse se lo preclude".
"Però non posso negare che in un certo senso “mi sento meglio”, e subito provo una sorta di vergogna, e l’impressione di avere per così dire l’obbligo di proteggere, coltivare e prolungare la mia infelicità. L’avevo letto nei libri, ma non avrei mai immaginato di sperimentarlo di persona."
"Credo che ci sia anche una confusione. In realtà noi non vogliamo il prolungarsi dello strazio iniziale: chi lo vorrebbe? Vogliamo un’altra cosa, di cui il dolore è un sintomo frequente, e poi scambiamo il sintomo per la cosa".
"Un programma esemplare. Purtroppo non è realizzabile. Stanotte si sono riaperti gli abissi infernali del dolore, fresco come nei primi tempi: le parole folli, le proteste rabbiose, i sobbalzi dello stomaco, l’irrealtà da incubo, l’orgia di lacrime. Perché nulla resta “giù”, nel dolore. Si è appena emersi da una fase, che ci si ritrova al punto di partenza. E poi ancora, e ancora. Tutto si ripete. È un girare in tondo, il mio, oppure oso augurarmi che sia una spirale?
Ma se è una spirale, sto salendo o scendendo?
Quante volte (sarà per sempre?) dovrò contemplare sbigottito questo vuoto immenso come se lo vedessi per la prima volta, quante volte dovrò dire: «Solo adesso capisco ciò che ho perduto»? La gamba viene amputata una, dieci, cento volte. E sempre uguale ritorna il primo morso del coltello nella carne".

Capitolo IV:
"Immaginiamo un uomo immerso nel buio assoluto. Egli è convinto di essere in un sotterraneo o in una segreta. A un certo punto si sente un suono. L’uomo pensa che venga da lontano: onde, o alberi agitati dal vento, o qualche animale laggiù nei campi. Ma allora non è in un sotterraneo: è libero, fuori, all’aperto. Oppure il suono è molto più lieve e vicino: una risata sommessa. Ma allora accanto a lui, nel buio, c’è un amico. In entrambi i casi, il suono è dolce, dolcissimo. Non sono così pazzo da credere che una simile esperienza sia prova di alcunché. È solo l’improvviso prender vita nell’immaginazione di un’idea che avrei sempre accettato in via teorica: l’idea che sia possibile, a me come a qualunque altro mortale in qualunque momento, formarsi un’opinione totalmente errata della vera natura della propria situazione".
"Il meglio è forse ciò che meno comprendiamo".


Buone letture a tutti!

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